Edipo a Colono
L’ultima giornata terrena di Edipo che si conclude con la morte che lo trasforma in nume tutelare della terra che lo ha accolto.
Un Edipo vecchio e cieco, scacciato da Tebe, erra per la Grecia cercando una patria che lo accolga negli ultimi giorni della sua vita: chiede poco, ottiene di meno ma si accontenta dato che la lunga esperienza maturata con l’età gli ha svelato che vivere significa adattarsi.
Non ha più le energie di un tempo, il mondo esterno lo ha reso un paria e lo ha isolato; nel suo isolamento però può sentire meglio la voce degli Dei immortali. Sono Essi che lo hanno condotto a Colono nel sacro bosco delle Eumenidi per porre fine ai suoi travagli:finalmente è giunta la quiete promessa dagli Dei.
- PERSONAGGI:
- Edipo
- Antigone
- Terrazzano
- Ismene
- Teseo
- Creonte
- Polinice
- Nunzio
- CORO di vecchi di Colono
- Edipo:
- Figlia del vecchio cieco, a quale terra,
- Antigone, siam giunti, a qual città,
- di quali genti? All'errabondo Edipo,
- di poverelli doni in questo giorno
- offerta chi farà? Poco ei dimanda,
- e meno ancor del poco ottiene: eppure
- tanto mi basta: ché gli affanni e gli anni
- lunghi, e la generosa indole, terza,
- maestri a me, ch'io m'appagassi, furono.
- Ma via, figlia, se tu vedi alcun seggio,
- in luogo qual pur sia, profano o sacro,
- fa' ch'io mi fermi, ch'io mi segga. E poi,
- chiediam che luogo è questo. Ospiti siamo:
- ai terrazzani ci dobbiamo volgere,
- e tutto ciò ch'essi diranno compiere.
- Antigone:
- Padre misero, Edipo, a quanto io scorgo,
- torri lontane una città proteggono.
- E sacro è, sembra, questo luogo, e florido
- tutto d'allori pampani ed ulivi;
- e fittissimi dentro vi gorgheggiano
- i rosignoli. Le tue membra or piega
- su questa pietra scabra: assai la via
- che tu compiesti, per un vecchio è lunga.
- Edipo:
- Fammi sedere, e sii custode al cieco.
- Antigone:
- Ben so tale arte: me l'apprese il tempo.
- Edipo:
- Che luogo è questo ove siamo? Sai dirmelo?
- Antigone:
- Non lo conosco: ben ravviso Atene.
- Edipo:
- Questo cel disse ognun dei viandanti.
- Antigone:
- Allora debbo andar, novelle chiedere?
- Edipo:
- Sí, se tal luogo è ch'ivi s'abiti.
- Antigone:
- Tale è di certo; e non è d'uopo chiederlo.
- Ma un uomo io scorgo avvicinarsi a noi.
- Edipo:
- Avvicinarsi a noi? Con passo rapido?
- Antigone:
- Anzi, è già presso noi. Ciò che opportuno
- dire ti sembra, dillo: esso è già qui.
- Edipo:
- Ospite, udendo da costei, che vede
- per se stessa e per me, che in fausto punto
- ad esplorar tu giungi, a dirci quello
- che non sappiamo...
- Terrazzano:
- Pria ch'oltre procedano
- le tue dimande, da quel seggio lèvati:
- in luogo sei che non è pio calcare.
- Edipo:
- Che luogo è questo? A qual dei Numi è sacro?
- Terrazzano:
- Calpestar non si può, non abitarlo:
- sacro è alle Dive paurose, figlie
- della Terra e del Buio.
- Edipo:
- Il nome dimmene
- venerabile, ch'io l'oda e l'invochi.
- Terrazzano:
- Il popolo di qui le dice Eumènidi.
- Edipo:
- Benigne or siano al supplice: ch'io, lungi
- da questa terra non andrò mai piú.
- Terrazzano:
- Che vuoi dir?
- Edipo:
- Del mio fato un segno è questo.
- Terrazzano:
- Cuore allora non ho, senza il consenso
- della città, d'allontanarti, prima
- ch'io ti denunzi, e il mio dovere apprenda.
- Edipo:
- Ospite, per gli Dei, di tue risposte
- l'onore a me ramingo non contendere.
- Terrazzano:
- Simile onor non ti contendo: chiedi.
- Edipo:
- Quale terra è mai questa ove siam giunti?
- Terrazzano:
- Tutto quello ch'io so ti dico: ascoltami.
- È sacro tutto questo suol: Posídone,
- Dio venerando, lo protegge; e il Dio
- portatore del fuoco, anche, il Titano
- Promèteo v'è: quel luogo che calpesti,
- Bronzea Soglia della Terra è detto,
- Fulcro d'Atene; e i campi ad esso prossimi
- vantan Colono primo lor cultore,
- di corsieri maestro, onde ripetono
- l'unico nome tutti. O straniero,
- tali son questi luoghi, a cui non ciance,
- ma fregio dà l'amore di chi v'abita.
- Edipo:
- E dunque, gente v'ha ch'ivi dimora?
- Terrazzano:
- Certo; e da questo eroe deriva il nome.
- Edipo:
- Hanno alcun prence, oppur governa il popolo?
- Terrazzano:
- Governa il re: nella città dimora.
- Edipo:
- Chi mai col senno e con la forza impera?
- Terrazzano:
- Teseo si chiama; e fu suo padre Egeo.
- Edipo:
- Alcun di voi può presso lui recarsi?
- Terrazzano:
- A dirgli che? Per far ch'egli qui venga?
- Edipo:
- Perché con poca spesa abbia assai lucro.
- Terrazzano:
- Che lucro mai potrà venir da un cieco?
- Edipo:
- Tutto ciò ch'io dirò pupille avrà.
- Terrazzano:
- Ospite, sai che devi far, se vuoi
- schivar l'errore? ché, a vederti, nobile
- sembri, se pur nemica è a te la sorte.
- Rimani qui, dov'io prima ti vidi,
- sino ch'io giunga ai miei concittadini,
- non d'Atene, bensí di questo borgo,
- e dica tutto. Essi daran giudizio,
- se rimaner tu devi, oppure andartene.
- Il Terrazzano parte
- Edipo:
- O figlia mia, dunque partito è l'ospite?
- Antigone:
- È partito. E tu puoi tranquillamente
- parlarmi, o padre. Io sola a te son presso.
- Edipo:
- Dee dal guardo tremendo, venerabili,
- poi che il ginocchio in questo suolo, sopra
- le vostre sedi io flettei prima, a me
- non siate avverse e a Febo, che a me, quando
- tutti quei mali mi predisse, aggiunse
- che, dopo lungo e lungo tempo, giunto
- ad una terra estrema, ove io trovassi
- di sacri Numi un seggio ed un ospizio,
- io tale requie avrei: di qui posare
- la mia povera vita; e, qui sepolto,
- procaccerei vantaggio a chi m'accolse,
- iattura a chi m'espulse e mi bandí.
- E segni avrei che questo m'annunciassero;
- tremuoto, o tuono, o folgore di Zeus.
- Possibile non fu, bene lo intendo,
- che, senza il fido auspicio vostro, io questa
- via battessi, giungessi a questo bosco,
- che sul cammino m'imbattessi prima,
- di vino io scevro, o Dive, astemie, in voi,
- che mi sedessi sopra questo trono
- dell'ascia ignaro. O Dee, come suonò
- la profezia d'Apollo, adesso un termine
- concedetemi, un fin, se pure, schiavo
- di perpetue pene, immeritevole
- piú dei piú miseri uomini io non sembri.
- Su, dolci figlie dell'antica Tenebra,
- e tu, che nome hai dall'antica Pallade,
- piú d'ogni altra città pregiata, Atene,
- compiangete d'Edipo il tristo spettro:
- ché non son queste le mie membra antiche.
- Antigone:
- Oltre non dire: uomini a noi s'avanzano,
- gravi d'anni, a spiar dove tu sei.
- Edipo:
- Piú non dirò. Ma tu, dalla via fuori
- guida il mio pie', nascondimi nel bosco,
- tanto che udire i lor discorsi io possa:
- è nel saper la regola dell'opera.
- INGRESSO DEL CORO
- Si avanzano molti vecchi, movendo a lenti passi, e cercando tutto attorno
- CORO:
- Coreuta A:
- Chi dunque era? Invèstiga. È qui?
- Oppure, quell'uom temerario
- fra gli uomini tutti, partí?
- Coreuta B:
- Guarda a te innanzi, cercalo,
- volgi attorno lo sguardo.
- Coreuta C:
- Estrano, certo, estrano è quel vegliardo,
- non è di qui: schivato avrebbe l'adito
- del bosco venerando
- di queste fiere vergini,
- cui nominiam tremando,
- ed oltre trascorriam, senza né l'occhio
- levar, né il labbro schiudere,
- senza né voce, né parola.
- Coreuta D:
- Ed ora,
- è giunto un uom che reverenza ignora.
- Coreuta E:
- Ma io, per quanto muova
- l'occhio per tutta questa sacra cerchia,
- discernere non posso ove si trova.
- Edipo:
- Quello io sono: l'espresse parole
- veggente mi rendono.
- Corifeo:
- Ahimè, ahimè!
- Orribile vista, parole
- orribili!
- Edipo:
- No, ve ne supplico,
- non crediate ch'io sprezzi le leggi.
- Corifeo:
- O Zeus che dai la salute,
- chi è questo vecchio?
- Edipo:
- Non tanto alla sorte diletto,
- che tu possa chiamarlo felice.
- È chiaro: se no le pupille
- degli altri, guidar mi dovrebbero?
- A deboli forze
- io grande, appoggiarmi dovrei?
- CORO:
- Coreuta A:
- Ahimè, tu con gli occhi nascesti
- già spenti!
- Coreuta B:
- Ben misero e vecchio
- mi sembri; ma nuovi funesti
- mali non vo' che piombino
- su te, per colpa mia:
- ché troppo, troppo inoltri.
- Coreuta C:
- Oh, no, non sia
- che in quella muta ombrifera boscaglia
- tu piombi, ove nell'onde
- d'una grande urna, un rivolo
- di puro miel s'effonde.
- Coreuta D:
- Guarda, guàrdati bene, ospite misero,
- vòltati, parti. Un tramite
- troppo lungo ci sèpara.
- Odi ciò ch'io ti dico?
- Coreuta E:
- Or, se tu vuoi,
- misero peregrin, parlare a noi,
- da questi luoghi santi
- scòstati; e, giunto dove a tutti è lecito
- favellare, favella; e non avanti.
- Edipo:
- Qual consiglio seguire, o mia figlia?
- Antigone:
- Consentire con quei della terra,
- e ascoltarli, ove occorra, e ubbidire.
- Edipo:
- La tua man dunque porgimi.
- Antigone:
- Prendila.
- Edipo:
- Stranieri, non fate che quando
- io v'abbia ubbidito, e di qui
- sia lungi, patisca sopruso.
- Corifeo:
- O vecchio, da questa contrada,
- nessuno, ove tu non lo voglia,
- t'allontanerà.
- Edipo:
- Strofe
- Piú oltre?
- Corifeo:
- Piú oltre.
- Edipo:
- Ancora?
- Corifeo:
- Ad Antigone
- Tu guidalo,
- o fanciulla, ché bene tu vedi.
- Antigone:
- O padre, dove io ti conduco
- mi segui coi ciechi tuoi piedi.
- . . .
- Corifeo:
- Misero! Estranëo sei
- su estranëa terra: t'è d'uopo
- aborrir ciò che Atene aborrisce,
- amar ciò ch'ella ama.
- Edipo:
- Su' dunque, figliuola, ov'è lecito
- posare, si posi,
- a udire, a risponder. Se il Fato
- ci preme, che giova il contrasto?
- Corifeo:
- Fermati lí, su quel margine
- di rocce sporgenti:
- piú oltre non muovere il piede.
- Edipo:
- Antistrofe
- Cosí?
- Corifeo:
- Cosí, basta:
- non odi?
- Edipo:
- M'arresto?
- Corifeo:
- Sí: obliquo, all'estremo
- della roccia, piegandoti un po'.
- Antigone:
- È mio cómpito, o padre: tranquillo
- l'un piede su l'altro componi.
- Edipo:
- Ahimè, ahimè!
- Antigone:
- Su la mia mano amorosa
- il vecchio tuo capo reclina.
- Edipo:
- Ahi, me misero! Ahi, tristo destino!
- Corifeo:
- O misero, adesso che posi,
- rispondi: fra gli uomini
- chi sei? Quali fitti travagli,
- t'incalzan? Possiamo sapere
- qual sia la tua patria?
- Edipo:
- Ospiti, io sono proscritto;
- ma voi non chiedetemi...
- Corifeo:
- Che cosa non vuoi che ti chieda?
- Edipo:
- No, no, non mi chieder chi sono,
- non cercare piú oltre!
- Corifeo:
- Perché?
- Edipo:
- La mia stirpe è terribile.
- Corifeo:
- Parla.
- Edipo:
- Ahimè, figlia, che cosa dirò?
- Corifeo:
- Il tuo seme paterno qual è?
- Straniero, rispondi.
- Edipo:
- Ahimè, figlia,
- che cosa farò?
- Antigone:
- Poi che a tanto sei giunto, rispondi.
- Edipo:
- Parlerò: non c'è modo a nascondermi.
- Corifeo:
- Troppo a lungo indugiate: t'affretti?
- Edipo:
- Sapete d'un figlio di Laio...
- Corifeo:
- Ohò!
- Edipo:
- Conoscete la stirpe di Labdaco?
- Corifeo:
- Oh Zeus!
- Edipo:
- E un misero Edipo?
- Corifeo:
- Sei quello?
- Edipo:
- Non temiate per quello ch'io dico.
- Corifeo:
- Ahimè, ahi me misero, ahimè!
- Edipo:
- O figlia, che cosa accadrà?
- Corifeo:
- Via! Partite da questa contrada.
- Edipo:
- Le promesse cosí tu dimentichi?
- Corifeo:
- Trar vendetta dei mali sofferti,
- non è colpa, nessuno la sconta.
- E l'inganno ch'è teso a contrasto
- d'altri inganni, produce travaglio
- per compenso, e non gaudio. E tu, lungi
- ancor da quel seggio
- ti lancia, il mio suolo abbandona,
- ché tu sulla mia
- città, nuovo mal non attiri.
- Antigone:
- Stranieri clementi, se pure
- pietà non avete
- di questo mio padre vegliardo,
- poiché delle colpe
- ond'ei non è reo
- udiste il ricordo,
- di me sventurata
- abbiate pietà, stranieri,
- che per questo mio povero padre
- vi prego, vi prego, e gli sguardi
- non ciechi nell'occhio tuo fisso
- cosí, come io fossi
- dal sangue tuo nata,
- perché questo misero trovi
- pietà presso voi:
- ché in voi, come in Numi,
- noi siamo affidati.
- Su, dunque, annuite,
- la grazia inattesa accordatemi.
- Per quello che t'è piú diletto,
- o figlio, o consorte,
- o Nume, o ricchezza, io ti supplico.
- Per quanto lo sguardo tu aguzzi,
- mortal non vedrai
- che possa sfuggire al destino,
- se un Nume lo spinge.
- Corifeo:
- Sappi, di te pietà, figlia d'Edipo,
- e di costui, per la sciagura vostra,
- sentiam del pari; ma temiamo i Numi;
- né da ciò che dicemmo, altro diremo.
- Edipo:
- A che giova la gloria, a che la bella
- fama, quand'ella è falsa? Atene, dicono,
- è la piú pia fra le città, capace
- solo essa è di salvar l'ospite afflitto,
- di tutelarlo solo essa; e per me,
- dove andò questo vanto? Ecco, da questi
- seggi levare mi faceste, ed ora
- via mi scacciate, pel terror del nome
- mio solamente, e non della persona,
- non dell'opere mie: ch'io le patii
- piú ch'io non le commisi, ov'io dovessi
- di mio padre gli eventi e di mia madre
- narrarti, onde ora tu di me sgomenti:
- ché questo io ben lo so. Ma come, dunque,
- di trista indole son, che offesi offeso?
- Sí, che, seppure fosse stata conscia
- l'opera mia, non sarei stato tristo.
- E invece, giunsi dov'io giunsi, senza
- nulla sapere: io sterminato fui
- da gente che sapeva. Onde or vi supplico,
- ospiti, per gli Dei, come or di qui
- sorgere mi faceste, ora salvatemi.
- Se gli Dei venerate, ora non sia
- che in nessun conto li teniate. Certi
- siate, ch'essi distinguono, chi pio
- è fra gli uomini, l'empio anche distinguono:
- né scampo trova mai lo scellerato.
- Intendi questo, e la felice Atene
- non offuscar, piegandoti a tristizia.
- Ma poi che già nella tua fede il supplice
- accolto fu, salvami adesso, guardami:
- non dispregiarmi, il viso mio vedendo,
- non gradito a mirar; ché sano e pio
- giungo, e vantaggio reco alla città,
- e a questi cittadini. E quando il Sire
- qui giunga, quale ei sia, che vi governa,
- allora udrà da me, saprà. Frattanto,
- contro me non volere essere tristo.
- Corifeo:
- Reverenza sentir di tue preghiere
- d'uopo è, vegliardo: espresse già non furono
- con parole da poco. A me, che sappiano
- tutto i signori della terra basta.
- Edipo:
- Di questa terra il re, dov'è?
- Corifeo:
- D'Atene
- nella paterna rocca abita: a lui
- l'esplorator che qui mi spinse muove.
- Edipo:
- Riguardo alcun, pensiero alcun del cieco
- credete ch'abbia, sí ch'egli qui venga?
- Corifeo:
- Com'egli intenda il nome tuo, verrà.
- Edipo:
- E chi mai tale annuncio a lui darà?
- Corifeo:
- La lunga via. Dei mercatanti sogliono
- le parole vagare; e quegli, udendole,
- fa' cuor, qui giungerà. Fra tutti, o veglio,
- corre il tuo nome. Udendolo, sebbene
- a tempo e luogo ei tardo è, giungerà.
- Edipo:
- Giunga, e alla patria la fortuna rechi,
- e a me: chi non amico è di se stesso?
- Antigone:
- Da qualche tempo rivolta a un punto lontano dell'orizzonte, ad un tratto esclama
- O Zeus, che dirò? Quali pensieri
- debbo formare, o padre?
- Edipo:
- O figlia mia,
- Antigone, che c'è?
- Antigone:
- Vedo una donna
- muovere verso di noi ratta: un puledro
- etnèo cavalca, ed un cappello tessalo
- sopra il suo capo le circonda il viso,
- la ripara dal sol. Che dico? È lei?
- Non è lei, forse? Il mio giudizio oscilla.
- Affermo e nego, e piú non so ch'io dica.
- Oh misera!
- Altra non è: ben, chiaro or mi lusinga
- il volto suo che s'avvicina, e segno
- mi dà: non altri, è mia sorella Ismene.
- Edipo:
- Che dici, o figlia?
- Antigone:
- La tua figlia giunge,
- la mia sorella: or la sua voce udrai.
- Giunge Ismene accompagnata da un famiglio
- Ismene:
- O due voci dolcissime per me,
- del padre mio, della sorella mia,
- vi trovo a stento, a stento fra le lagrime
- vi riconosco.
- Edipo:
- O figlia mia, sei qui?
- Ismene:
- O padre mio, ti vedo e m'addoloro.
- Edipo:
- Figlia, abbracciami!
- Ismene:
- Entrambi al sen vi stringo.
- Edipo:
- Germi d'un sangue!
- Ismene:
- Tristo germe duplice!
- Edipo:
- Me dici, e questa?
- Ismene:
- E me terza, o tapina.
- Edipo:
- Figlia, a che vieni?
- Ismene:
- Per la cura ch'ebbi,
- padre, di te.
- Edipo:
- Per ciò tu mi bramavi?
- Ismene:
- E per novelle che vo' darti io stessa,
- con questo, che fra i servi unico ho fido.
- Antigone:
- E i fratelli ove sono? A che travaglio?
- Ismene:
- Sono ove sono: a un orrido frangente.
- Edipo:
- O per indole entrambi e per costume
- di vita, uguali ai popoli d'Egitto!
- Ché quivi, entro le case, i maschi seggono
- a tessere la tela; e le consorti,
- fuori di casa, a procacciare pensano
- quanto alla vita occorre. E cosí, quelli
- dei figli miei che a ciò pensar dovrebbero,
- a casa, come verginette restano;
- e, in vece loro, le miserie mie,
- voi v'addossate. Appena questa uscí
- di puerizia, e invigorí le membra,
- sempre errando con me, misera, il vecchio
- conduce, molto fra selvaggi boschi
- aggirandosi scalza e senza cibo,
- e, travagliata dalle piogge fitte,
- dalle vampe del sol, trascura, o misera,
- la domestica vita, affinché il padre
- abbia sostentamento. E tu, figliuola,
- prima, di Tebe uscivi, e i vaticinii
- tutti, quanti su me ne pronunciavano,
- mi riferivi, né i Cadmei sapevano;
- e, mia custode, quando poi bandito
- fui dalla terra, a me fedele fosti.
- Ed ora, poi, quale novella al padre,
- Ismene, rechi? Qual causa ti spinse?
- Senza ragione, ben lo so, non giungi.
- Forse mi annunci qualche nuovo orrore?
- Ismene:
- I patimenti ch'io soffersi, o padre,
- per ricercare a lungo ove tu vivere
- potessi, non dirò: patire a doppio
- non vo', narrando il mal di già sofferto.
- Ma i mali ch'ora incombono sui tuoi
- miseri figli, a dirti questi giungo.
- Gara fra loro in prima fu, che il trono
- si lasciasse a Creonte, e la città
- non si contaminasse: ché vedevano
- sagacemente la rovina antica
- della prosapia, che la casa tua
- misera invase. E invece ora, per opera
- di qualche Nume, e della scellerata
- furia dell'alma, divampò fra loro,
- sciagurati tre volte, un'empia gara
- d'afferrare il comando, e il regio scettro.
- E il piú giovine d'anni e baldanzoso,
- privò del trono Polinice, nato
- prima di lui, da Tebe lo bandí.
- Quegli, come fra noi la voce insiste,
- ad Argo la vallosa andò fuggiasco,
- e parentele nuove ed alleati
- si procacciò, ché tosto Argo dovesse
- espugnar la Cadmèa terra a sua gloria,
- od esaltarla sino al ciel: non sono
- parole, quelle che ti dico, o padre:
- son terribili fatti. E come i Numi
- abbian pietà dei mali tuoi, non vedo.
- Edipo:
- Speravi dunque che riguardo i Numi
- avessero di me, che mi salvassero?
- Ismene:
- Sí, pei recenti vaticini, o padre.
- Edipo:
- Quali? Di me che fu predetto, o figlia?
- Ismene:
- Che dai Tebani un dí sarai bramato,
- per la salvezza loro, o morto o vivo.
- Edipo:
- Chi potrà d'un tale uom trarre profitto?
- Ismene:
- In te risiede la lor possa, dicono.
- Edipo:
- Quando nulla piú sono, allor son uomo?
- Ismene:
- T'esaltano or gli Dei: pria t'abbatterono.
- Edipo:
- Vano è, vecchio innalzar, chi cadde giovane.
- Ismene:
- Eppur, fra breve, non fra molto, qui
- verrà Creonte a questo fine, sappilo.
- Edipo:
- A far che cosa, o mia figliuola? Spiegami.
- Ismene:
- Per collocarti presso Tebe, e averti,
- senza che il suo confin però tu valichi.
- Edipo:
- Che gioverà che alle lor porte io stia?
- Ismene:
- Se tristo avello hai tu, male essi avranno.
- Edipo:
- Questo, pur senza auspici, ognun l'intende.
- Ismene:
- Per questo, dunque, presso Tebe, ove arbitro
- tu di te stesso piú non sii, ti vogliono.
- Edipo:
- Per poi coprirmi di tebana polvere?
- Ismene:
- Lo vieta, o padre, il parricida scempio.
- Edipo:
- E dunque, in lor balía mai non m'avranno.
- Ismene:
- Dunque, ai Cadmei lutto si appresta, quando...
- Edipo:
- All'apparir di quale evento, o figlia?
- Ismene:
- Verranno, in ira a te, presso il tuo tumulo.
- Edipo:
- Da chi l'udisti, ciò che dici, o figlia?
- Ismene:
- Da genti che venian da l'ara delfica.
- Edipo:
- Ed anche ciò di me predetto ha Febo.
- Ismene:
- Lo dicon quei che al pian di Tebe giunsero.
- Edipo:
- E lo riseppe alcun dei figli miei?
- Ismene:
- Del pari entrambi: assai bene lo sanno.
- Edipo:
- Lo sanno, infami! E tuttavia la brama
- piú del potere che del padre, valse!
- Ismene:
- M'è cruccio udirti; eppur, son tali i fatti.
- Edipo:
- Deh, la gara fatal mai non ispengano
- fra loro i Numi! In me, deh!, fosse il termine
- della guerra che adesso arde fra loro,
- onde le lance lor cozzano. Allora,
- né quei che trono adesso occupa e scettro,
- piú rimarrebbe, né colui che uscí
- piú tornerebbe: ché quando io lor padre
- fui dalla patria senza onor via spinto,
- non mi tennero, no, non mi difesero;
- ma, per quanto era in lor, via fui scacciato,
- esule fui bandito. O dir vorrai
- che allora Tebe, a me che lo bramavo,
- questo dono accordò? Non è cosí:
- ché subito quel dí, quando bolliva
- l'animo mio, quando per me dolcissimo
- sarebbe stato a morte andar, soccombere
- sotto le pietre, a secondar la brama
- mia, niuno apparve. E quando, invece, tempo
- fu corso, e già lenito era il cordoglio,
- e inteso avea che l'ira mia trascorsa
- troppo era, nel punire, oltre i miei falli,
- allora, allor, dopo sí lungo tempo,
- a forza la città mi discacciò;
- e questi, i figli miei, che ben soccorrere
- poteano il padre, fare non lo vollero;
- e, poiché dir non seppero una piccola
- parola, errar dovei pitocco ed esule.
- Da queste due che son fanciulle, invece,
- quanto consente a lor natura, ottengo:
- luogo sicuro ov'io mi giaccia, e, cibo
- ond'io mi nutra, e filial soccorso.
- Ma quei due, piú che il padre, e trono e scettro
- e aver la signoria di Tebe amarono.
- Ma non mi avranno mai loro alleato,
- né prò farà la signoria cadmèa
- ad essi, mai. Lo vedo or, che d'Ismene
- intendo i nuovi vaticíni, e a quelli
- che Febo un dí mi diede io li raffronto.
- Dunque, a cercarmi mandino Creonte,
- o chi altri potere abbia in città.
- Ché, pur che voi vogliate, ospiti, insieme
- con queste Dee della città patrone
- venerande, un sostegno offrire a me,
- una grande arra di salvezza avrete,
- un gran travaglio pei nemici vostri.
- Corifeo:
- Edipo, degno di compianto sei,
- e teco queste giovinette. E quando
- te protettor di questa terra annunzi,
- ciò che a te giovi, consigliar ti voglio.
- Edipo:
- Tutto farò ciò che dirai, carissimo.
- Corifeo:
- Per queste Dive, a cui giungesti, e prima
- calcasti il suol, la lustrazione celebra.
- Edipo:
- Ospiti, e con qual norma? Ammaestratemi.
- Corifeo:
- Con pure mani attingi prima, e reca
- libagioni di perenne fonte.
- Edipo:
- E quando attinta avrò questa pura onda?
- Corifeo:
- Brocche ivi sono, opre d'egregio artefice:
- inghirlàndane il capo e l'elsa duplice.
- Edipo:
- Con ramuscelli, o bende, od a qual foggia?
- Corifeo:
- D'un'agna il vello or or tosata ponivi.
- Edipo:
- E sia. Qual rito debbo infine compiere?
- Corifeo:
- Quell'acque, volto ad oriente, effondi.
- Edipo:
- Da quelle brocche, forse, onde tu parli?
- Corifeo:
- Certo: tre rivi; e l'ultima sia colma.
- Edipo:
- E di che l'empirò? Dimmi anche questo.
- Corifeo:
- D'acqua, di miele: non aggiunger vino.
- Edipo:
- E poi che le berrà l'ombrosa terra...
- Corifeo:
- Con entrambe le man' rami d'ulivo
- offri, tre volte nove; e cosí prega...
- Edipo:
- Come? Fa' ch'io lo sappia: ha gran rilievo.
- Corifeo:
- Che, poi che nome han di benigne, accolgano
- con cuor benigno a salvamento il supplice.
- E tu stesso per te chiedi, o chi altri
- voglia, per te; ma che non s'oda il prego:
- muto; né grido emetta. E s'allontani,
- senza volgersi, poi. Quando avrai ciò
- compiuto, ardire avrò che teco io resti;
- non prima, ospite: avrei timor per te.
- Edipo:
- O figlie, avete dunque udito gli ospiti?
- Antigone:
- Udimmo: ciò che far si deve, imponi.
- Edipo:
- Compier non posso io ciò; non son capace
- di vedere, d'oprare: il male è duplice.
- Ma vada una di voi, che il tutto effettui:
- ché basta, credo, solamente un'anima,
- purché amorosa, questi riti a compiere.
- Siate dunque sollecite; ma qui
- solo non mi lasciate: orbe di guida,
- le membra mie non han forza di muoversi.
- Ismene:
- A compiere io l'andrò; ma dove il luogo
- trovare io possa, ciò saper vorrei.
- Corifeo:
- Da quel lato, nel bosco; e terrazzani,
- se occorre, troverai, che t'ammaestrino.
- Ismene:
- A tale ufficio io posso andare. Antigone,
- tu qui rimani, e custodisci il padre.
- Pei genitori, i figli, anche se soffrono
- pene, ricordo avere non ne debbono.
- Ismene parte
- Corifeo:
- Strofe prima
- È dura cosa, di certo, o vecchio,
- destar l'angoscia di già sopita.
- Eppure, è tempo che tu mi dica...
- Edipo:
- Che mai desideri?
- Corifeo:
- Quale il principio fu della misera doglia insanabile
- che fu compagna della tua vita.
- Edipo:
- Pel tuo benevolo senso, onde m'ospiti,
- non far ch'io sveli gli obbrobri miei!
- Corifeo:
- Ne corre fama grande, perpetua:
- ospite, il vero saper vorrei.
- Edipo:
- Ahimè!
- Corifeo:
- Accontentami, ti prego!
- Edipo:
- Ahimè, ahimè!
- Corifeo:
- Odimi: a quanto tu mi chiedevi, feci io diniego?
- Edipo:
- Antistrofe prima
- Commisi, scempi commisi orribili,
- ospiti, è vero; ma niuno d'essi,
- lo sappia un Nume, fu per volerlo.
- Corifeo:
- Che vuoi tu dire?
- Edipo:
- D'incestuose nozze m'avvinse sopra empio talamo
- Tebe; ma nulla fu ch'io sapessi.
- Corifeo:
- Della tua madre salisti il talamo
- incestuoso? Fama pur n'è.
- Edipo:
- Ahi, questo udire, per me significa
- morire! E nacquero queste da me...
- Corifeo:
- Che intendo...
- Edipo:
- Due fanciulle, due sfortune.
- Corifeo:
- Oh Zeus!
- Edipo:
- Con me figliuole d'una materna doglia comune.
- Corifeo:
- Strofe seconda
- Entrambe, dunque, son tuoi germogli?
- Edipo:
- E insiem sorelle del padre nacquero.
- Corifeo:
- Orrore!
- Edipo:
- Orrore, tanta sequela di rei cordogli!
- Corifeo:
- Soffristi?
- Edipo:
- Ogni male piú orribile.
- Corifeo:
- Peccasti?
- Edipo:
- Incolpevole sono.
- Corifeo:
- Che dunque avvenne?
- Edipo:
- Pel benefizio
- che a Tebe feci, non degno, o misero, riscossi un dono.
- Corifeo:
- Antistrofe seconda
- Ahimè! Tu dunque fosti assassino?
- Edipo:
- Di chi? Che cosa saper desideri?
- Corifeo:
- Del padre?
- Edipo:
- Colpo su colpo vibri su me tapino.
- Corifeo:
- Colpisti?
- Edipo:
- Colpii, bene avendone
- diritto.
- Corifeo:
- Che dici?
- Edipo:
- Diritto.
- Quelli che uccisi voleano uccidermi.
- Eppure, ignaro, scevro di colpe, giunsi al delitto.
- Corifeo:
- Ecco: Teseo, figlio d'Egeo, chiamato
- come tu pur brama ne avesti, giunge.
- Giunge Teseo
- Teseo:
- Già nel passato, il sanguinoso scempio
- degli occhi tuoi da molti udendo, o Edipo,
- ti conoscevo; e meglio or ti conobbi,
- di te, per queste vie, parlare udendo:
- ché le tue vesti, e il tuo misero aspetto
- a noi ciò che tu sei ben chiaro attestano.
- E ti compiango, e chiedere ti voglio,
- qual prece alla città, misero Edipo,
- volger tu brami, e teco questa misera
- che t'accompagna. Cose ben terribili
- mi dovresti narrar, perché potessi
- diniego opporti: ché al pari di te,
- ben lo ricordo, io crebbi in casa d'altri
- e sopra terra straniera, imprese
- quante altri mai, rischi affrontai di morte.
- Sicché, niuno che giunga ospite, come
- ora tu giungi, rifiutar saprei:
- a me non piú che a te certo è il dimani.
- Edipo:
- Teseo, dal tuo breve discorso appare
- la tua nobile fama: onde sol debbo
- poche parole aggiungere. Chi sono,
- chi fu mio padre, da qual terra io giungo,
- tu lo dicesti. A me sol resta esprimere
- la mia richiesta; e tutto sarà detto.
- Teseo:
- Fa' dunque ch'io possa saperlo: esprimila.
- Edipo:
- Ti reco in dono il mio povero corpo:
- l'aspetto suo, bello non è; ma l'utile
- che arrecar può, vale ogni forma bella.
- Teseo:
- Quale mai d'arrecare utile pensi?
- Edipo:
- Col tempo lo saprai, non su l'istante.
- Teseo:
- Quando palese mi sarà quest'utile?
- Edipo:
- Quando io sia spento, e tu mi dia sepolcro.
- Teseo:
- Pensi all'estremo della vita; e il tempo
- che intercede, non curi, oppure oblii.
- Edipo:
- Questo e quello per me sono un sol punto.
- Teseo:
- La grazia che mi chiedi, invero, è piccola.
- Edipo:
- Bada, non è, non è piccolo agone.
- Teseo:
- Pensi a un contrasto fra i tuoi figli e me?
- Edipo:
- Per forza a Tebe ricondurmi vogliono.
- Teseo:
- Se ciò braman, per te bello è l'esilio?
- Edipo:
- Quando io restar bramavo, essi non vollero.
- Teseo:
- L'ira sconvien fra le sciagure, o folle.
- Edipo:
- Odimi, pria d'appormi. Ora, desisti.
- Teseo:
- Dimmi. Parlar pria di saper, non devo.
- Edipo:
- Patíi, Teseo, mali su mali, orribili.
- Teseo:
- Vuoi di tua stirpe dir l'antico scempio?
- Edipo:
- No: può narrarlo ciaschedun degli Elleni.
- Teseo:
- E qual t'affligge or piú che umano morbo?
- Edipo:
- Questo: dalla mia terra io fui scacciato,
- dagli stessi miei figli; e m'è vietato
- di tornarvi piú mai: ché il padre uccisi.
- Teseo:
- Se lungi esser tu dei, come or ti chiamano?
- Edipo:
- La parola divina a ciò li astringe.
- Teseo:
- Quale sciagura pei responsi temono?
- Edipo:
- Fato in quel luogo è che sconfitti siano.
- Teseo:
- Fra me, fra lor, che lite mai può sorgere?
- Edipo:
- Soltanto sugli Dei, figlio carissimo
- d'Egeo, vecchiezza non incombe o morte;
- ma tutte quante il Tempo onnipossente
- l'altre cose sconvolge; e va distrutto
- della terra il vigore e delle membra,
- la fede muore, il tradimento germina;
- e il medesimo umor mai fra gli amici,
- fra le città mai non permane. In Tebe
- tutto ora è verso te calmo e sereno;
- ma, volgendo pel suo corso infinito,
- notti innumere e giorni il Tempo genera,
- in cui le mani che concordia or serra,
- la lancia, in poco d'ora, avrà divise.
- E allora, il corpo mio sopito, ascoso,
- gelido, il caldo lor sangue berrà,
- se Zeus ancora è Zeus, ed è verace
- di Zeus il figlio, Febo. Oh, ma scoprire
- ciò che tacer si deve, amaro è troppo
- per me. Lasciami ov'io le mosse presi,
- la fede tua serbami solo. E mai
- dir non potrai che abitatore inutile
- di questi luoghi, Edipo accolto fu
- da te: seppure i Numi non m'ingannano.
- Corifeo:
- Da un pezzo, o re, tali promesse, e simili,
- per questo suol, costui promette adempiere.
- Teseo:
- Repudiare il buon voler chi mai
- potrà d'un uomo, a cui, prima ci lega
- ospitale alleanza, e ai Numi or supplice
- giunge, ed assolse a questa terra e a me,
- non piccolo tributo? Io reverenza
- di tutto questo avrò, né le sue grazie
- respingerò: ma, cittadino accogliere
- lo voglio in questo suolo. E, se gli piace
- qui rimanere, abbine tu custodia;
- se poi con me venir tu brami, Edipo,
- n'hai da me facoltà: ch'io v'acconsento.
- Edipo:
- Concedi il bene ognor, Zeus, a tali uomini!
- Teseo:
- Che brami, di'? Venire alla mia casa?
- Edipo:
- Dato mi fosse pur! Ma il luogo è questo...
- Teseo:
- Di far che cosa? In nulla io ti contrasto.
- Edipo:
- Dov'io trionferò di chi m'espulse.
- Teseo:
- Dal tuo soggiorno, avremo noi vantaggio?
- Edipo:
- Sí, se saldo starai sin ch'io l'ottenga.
- Teseo:
- Confida in me: non vorrò mai tradirti.
- Edipo:
- Né chiedo a te, come ad un tristo, il giuro.
- Teseo:
- Nulla di piú che dalla mia parola
- potresti averne.
- Edipo:
- Che far dunque intendi?
- Teseo:
- Che terror piú t'opprime?
- Edipo:
- Verranno uomini.
- Teseo:
- Ci son costoro.
- Edipo:
- Bada che lasciandomi...
- Teseo:
- Non insegnarmi il mio cómpito.
- Edipo:
- È forza
- per chi paventa.
- Teseo:
- Il cuor mio non paventa.
- Edipo:
- Le minacce non sai...
- Teseo:
- So che nessuno
- di qui, contro mia voglia, ti trarrà.
- Nell'ira, assai minacce, assai si lanciano
- vane parole: ove di sé signora
- torni la mente, le minacce sfumano.
- Anche se il cuor bastò che promettessero
- con vanti fieri di qui via rapirti,
- largo ad essi parrà, sii certo, il pelago
- che qui conduce, e poco navigabile.
- Dunque, se Febo t'inviò, pur senza
- il mio soccorso, star puoi di buon animo.
- Ma bene io so che il nome mio, se pure
- io non son qui, ti schermirà dai mali.
- S'allontana
- PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA
- CORO:
- Strofe prima
- Al cuore di questa contrada
- dai vaghi corsieri sei giunto,
- straniero, a Colono la candida,
- dove il suo volo raccoglie
- sovente, e l'acuto suo canto
- il rosignolo rimormora
- sotto verdissimi anfratti,
- ora indugiando fra l'edera
- purpurea, poi nel fogliame
- sacro ad un Nume, ed impervio,
- dove miríadi pomi
- pendono, e il sol non vi pènetra,
- né vento d'alcuna procella.
- Qui l'ebbro Dioniso sempre
- il piede sospinge
- insiem con le Ninfe nutrici.
- Antistrofe prima
- Sottessa l'eterea rugiada
- qui florido cresce e perenne
- coi grappoli belli il narcisso,
- serto vetusto alla Diva
- Demètra, e a Persèfone; e il croco,
- aurea pupilla. E le insonni
- fonti, che nòmadi errando
- nutrono i rivi d'Alfèo,
- mai non iscemano d'acque:
- anzi dí e notte si lanciano
- con le purissime linfe
- a fecondar le pianure
- dal seno rupestre. Né aborrono
- da loro le Muse e le danze;
- né manca Afrodite,
- signora dell'auree briglie.
- Strofe seconda
- Un'altra pianta v'ha, cui non vide mai né la terra
- d'Asia, né l'isola doria di Pelope, che da sé germina,
- albero invitto, che sbigottisce l'aste nemiche,
- che in questa terra rigoglio ha sommo:
- del glauco ulivo la fronda, altrice
- dei nostri pargoli.
- Né alcun nemico, giovane o annoso,
- potrà le mani porvi, e distruggerlo.
- Però che l'occhio di Zeus Mòrio sempre la vigila
- e Atena, diva dal glauco ciglio.
- Antistrofe seconda
- Un altro fregio della mia patria sommo io ricordo,
- d'Attica vanto supremo: il dono che il Dio le fece
- dei bei cavalli, dei bei puledri, dei bei navigli.
- Figlio di Crono, sire Posídone,
- in tanta gloria tu la ponevi:
- ché prima a questa
- contrada il freno tu concedesti
- che regge l'impeto dei corridori.
- Ed essa, il remo saldo nel pugno, sui pie' lanciandosi,
- le cento insegue figlie di Nèreo.
- Terminato il canto del Coro entra in scena Creonte seguito dai suoi uomini
- Antigone:
- Da tante lodi celebrato suolo,
- or devi chiaro i tuoi vanti provare.
- Edipo:
- Che c'è di nuovo, o figlia?
- Antigone:
- A noi s'appressa
- Creonte; e non vien già senza satelliti.
- Edipo:
- Carissimi vegliardi, ora per voi
- la mèta appaia della mia salvezza.
- Corifeo:
- Fa' cuore, apparirà: vecchio son io,
- ma non vecchio è il vigor di questo suolo.
- Creonte:
- Di questa terra o nobili signori,
- nuovo terror v'ha colti, io ben lo veggo
- dagli occhi vostri, per la mia venuta.
- Ma non temete, ma parola infausta
- non pronunciate: io qui non vengo a compiere
- opera trista: ch'io son vecchio, e giungo
- a una città, lo so bene, possente
- quanto altra mai ne l'Ellade. Ma qui,
- vecchio quale io mi sono, m'inviarono
- perché quest'uomo al suolo dei Cadmei
- convincessi a seguirmi; e non d'un solo
- l'invito fu, ma tutti mi vi spinsero:
- ché piú d'ogni altro, in Tebe, a sofferire
- le pene di costui, me designava
- comunanza di stirpe. Or dunque, ascoltami,
- misero Edipo, e torna alla tua patria:
- il popol tutto dei Cadmei t'invoca,
- bene a diritto, ed io primo fra tutti,
- tanto piú, quanto piú - se no, sarei
- il piú tristo fra gli uomini - m'affliggo
- per le tue pene: ch'io ti vedo, o vecchio,
- presso altra gente esule andare, o misero,
- sempre ramingo, ed un'ancella sola
- compagna all'errar tuo: ch'io non credeva
- che in tal miseria ruinar potesse
- dove caduta adesso è questa misera,
- che te cura e la tua povera vita,
- con cibi mendicati, in tale età,
- senza sorte di nozze, e preda al primo
- che in voi s'imbatta. O a me turpe rampogna,
- e a te, meschino, e alla progenie tutta!
- Tanta miseria ora conviene ascondere.
- E tu, pei Numi patri, Edipo, ascoltami,
- nascondila, con me volenteroso
- torna alla tua città, torna alla casa
- dei padri tuoi. Questa città saluta
- con cuore amico: essa n'è degna; eppure
- maggior giustizia sembrerà, se veneri
- la patria, che ti fu prima nutrice.
- Edipo:
- O temerario, che tramuti in frode
- variopinta ogni argomento onesto,
- perché fai questa prova, e nuovamente
- trarmi fra i lacci vuoi, dove io, caduto,
- dovrei dolermi? Un dí, quando piú fiero
- mi crucciava il mio morbo, e andar fuggiasco
- confortato m'avrebbe, io te lo chiesi,
- e tu la grazia mi negasti: quando
- sazio poi fui del mio corruccio, e dolce
- piú m'era in patria rimanere, allora
- non ti fu caro essere a me parente:
- ora che, infine, a me questa città
- propizia vedi, e i cittadini tutti,
- mi vuoi strappare, e dure cose dici
- con blandi accenti. Eppur, che gioia è amare
- chi rifiuta l'amor? Come se, quando
- per aver checchessia tu altrui lusinghi,
- quegli non te la dà, né ti soccorre;
- e allor che, poi, sazietà di quanto
- bramavi, t'empie il cuor, te l'offre, quando
- grata la grazia piú non t'è. Vorresti
- piacer sí caro eleggere? Eppur, tale
- è quello che tu m'offri ora: a parole
- dolce, e di fatto amaro. Ed anche a questi
- parlare io vo', mostrar quanto sei tristo.
- Tu sei qui giunto a prendermi, non già
- per condurmi alla patria: alle sue soglie
- collocarmi tu vuoi, perché rimanga
- dalle offese d'Atene immune Tebe.
- Ma tu non l'otterrai: questo otterrai:
- che lo spirito mio vendicatore
- abiti sempre in quella terra; e tanto
- di quelle zolle avranno i figli miei,
- quanto basti a morirci. Or, non vedo io,
- meglio di te, le vicende di Tebe?
- Meglio assai piú, quanto son piú veraci
- quelli ond'io l'odo: Apollo, e Zeus stesso,
- padre d'Apollo. La tua bocca subdola
- giunge provvista di scaltrezza molta:
- eppur, malanno dal tuo dire avrai
- piú che salute; ma poiché non posso
- rendertene convinto, adesso vattene,
- lascia ch'io viva qui, seppure qui
- male vivrò, quand'io ne son contento.
- Creonte:
- Dopo tante parole, a me tu credi
- che il tuo contegno arrechi danno, o a te?
- Edipo:
- Dolcissimo è per me, se tu, né me,
- né questi presso a me giungi a convincere.
- Creonte:
- Sciagurato, neppur giunto a tali anni
- fai senno, e obbrobrio alla vecchiaia rechi?
- Edipo:
- Prode di lingua, tu; ma nessun giusto
- mi so che bene in ogni causa parli.
- Creonte:
- Altro è molto parlare, altro a proposito.
- Edipo:
- Quanto conciso tu, tanto a proposito.
- Creonte:
- Non per chi mente avrà pari alla tua.
- Edipo:
- Va' via: tel dico a nome anche di questi:
- qui stare io devo: non farmi la guardia.
- Creonte:
- Questi, non te, giudici vo' di come
- tu rispondi agli amici, e s'io ti prendo.
- Edipo:
- Prendermi, quando questi mi difendono?
- Creonte:
- Avrai, seppur non piglio te, gran cruccio.
- Edipo:
- Di qual misfatto la minaccia avventi?
- Creonte:
- Delle tue figlie, or ora una ho rapita,
- spedita via; quest'altra ora ghermisco.
- Edipo:
- Ahi!
- Creonte:
- Piú motivo avrai presto di gemere.
- Edipo:
- Hai la mia figlia?
- Creonte:
- E presto avrò quest'altra!
- Si avventa su Antigone
- Edipo:
- Ospiti, ahimè, che fate? mi tradite?
- da questo suol non discacciate l'empio?
- Corifeo:
- A Creonte
- Va' via presto di qui; né quanto fai
- né quanto hai fatto, o straniero, è giusto!
- Creonte:
- Ai suoi satelliti
- Tempo è per voi che, a mal suo grado, quando
- di buon grado non vuol, costei meniate.
- Antigone:
- Tapina me, dove avrò scampo? quale
- soccorso troverò, di Numi o d'uomini?
- Corifeo:
- Straniero che fai?
- Creonte:
- Non toccherò
- quest'uomo, ma costei che m'appartiene.
- Edipo:
- O voi, signori della terra!
- Corifeo:
- A Creonte
- Ciò che fai, non giusto è, straniero...
- Creonte:
- È giusto.
- Corifeo:
- E come giusto?
- Creonte:
- I miei con me conduco.
- Edipo:
- Strofe
- O città!
- Corifeo:
- O straniero, che fai? La lasci? Presto alla prova
- verrai del braccio.
- Creonte:
- Sta lungi!
- Corifeo:
- Non da te, se ciò disegni.
- Creonte:
- Con Tebe stessa, se m'offendi, pugni.
- Edipo:
- Non te lo dissi?
- Corifeo:
- Le man' togli subito
- dalla fanciulla.
- Creonte:
- Tua non è: che ordini?
- Corifeo:
- Al satellite che ha afferrata Antigone
- Di lasciarla t'impongo.
- Creonte:
- Ed io, che vada.
- Corifeo:
- Accorrete qui, venite qui, venite, o paesani!
- La città, la mia città dalla forza è soverchiata.
- Deh, correte!
- Antigone:
- Tratta via a forza
- Son rapita, o me misera! Ospiti, ospiti!
- Edipo:
- Dove sei, figlia?
- Antigone:
- A forza via mi traggono.
- Edipo:
- Tendi le mani, o figlia mia!
- Antigone:
- Non posso.
- Creonte:
- La conducete, o no?
- Edipo:
- Ahimè, ahimè!
- Creonte:
- Piú non avrai di questi due bordoni
- l'appoggio per la via. Quando vuoi vincere
- la tua patria, e gli amici ond'ebbi io l'ordine
- di far, sebbene re, quello ch'io faccio,
- vinci. Col tempo, ben vedrai, lo so,
- ch'ora il tuo bene non procacci, né
- lo procacciavi pel passato, quando
- sazia facesti, a scorno degli amici,
- l'ira, che sempre fu la tua rovina.
- Creonte fa per andarsene; ma il Corifeo lo ferma
- Corifeo:
- Fermati, straniero!
- Creonte:
- Non toccatemi!
- Corifeo:
- Perché rapite le fanciulle m'hai?
- Io non ti lascio.
- Creonte:
- E maggior pegno allora
- dovrai deporre per la mia città:
- ché non queste due sole io prenderò.
- Corifeo:
- E a chi ti volgerai?
- Creonte:
- Porterò via
- anche costui, prigione.
- Corifeo:
- Audace parli.
- Creonte:
- Presto i fatti vedrai.
- Corifeo:
- Qualora ostacolo
- non t'opponga il signor di questa terra!
- Edipo:
- Svergognate parole! Oserai mettere
- su me le mani?
- Creonte:
- Taci, io te lo impongo.
- Edipo:
- Deh, queste Dive muto non mi rendano
- a quanto ancora impreco a te, che l'occhio
- debole agli occhi miei d'un tempo aggiunto
- via mi strappasti con la forza, o perfido.
- A te stesso, per questo, alla tua stirpe,
- il Nume dia che tutto vede, il Sole,
- vita pari alla mia negli ultimi anni.
- Creonte:
- Di questo suol vedete, o abitatori...
- Edipo:
- Me, te vedono; e pensano, che a fatti
- sono offeso, e a parole mi difendo.
- Creonte:
- Piú lo sdegno non freno: a viva forza
- lo condurrò, sebbene solo e vecchio.
- Edipo:
- Antistrofe
- Ahi, tapino!
- Corifeo:
- Quanta arroganza qui ti condusse, se questo
- compiere vuoi, straniero!
- Creonte:
- Lo vo'.
- Corifeo:
- Città piú non sarebbe Atene.
- Creonte:
- Col buon diritto, vince i grandi un piccolo.
- Edipo:
- Le sue parole udite?
- Corifeo:
- Oh, non potrà!
- Creonte:
- Lo sa Zeus, non tu!
- Corifeo:
- Non è sopruso
- questo?
- Creonte:
- È sopruso; eppur devi patirlo.
- Corifeo:
- Ahimè, corra tutto il popolo, della terra, ahimè, signori,
- qui correte in tutta fretta, qui correte, ché costoro
- di già varcano i confini.
- Mentre si levano piú alte le grida, giunge d'improvviso Teseo
- Teseo:
- Che gridate? Che succede? Quale mai sgomento è questo?
- M'impediste che a Posídone, protettore di Colono
- io compiessi il sacrificio. Tutto or dite: che piú presto
- che piacere non facesse al pie' mio, corso qui sono.
- Edipo:
- La tua voce conosco. Oh dilettissimo,
- da costui che soprusi or or soffersi!
- Teseo:
- Quali soprusi? Chi t'offese? Parla!
- Edipo:
- Creonte, questi che qui vedi, a me
- strappò le figlie, il mio solo sostegno.
- Teseo:
- Che dici mai?
- Edipo:
- Ciò ch'io soffersi udisti.
- Teseo:
- Su', dei famigli alcuno in tutta fretta
- a quegli altari muova, e a tutto il popolo
- dei cavalieri e dei pedoni, imponga
- che lasci i sacrifizi, e a briglia sciolta
- corra dove le due strade convergono
- dei viandanti, sí ch'oltre non vadano
- le due fanciulle, e, soprattutto, a forza,
- del foresto ludibrio io non divenga.
- Va', come ordino, in fretta. E questi, poi,
- se in ira, come io pur dovrei, salissi,
- dalla mia man non uscirebbe illeso.
- Or, con la legge ch'egli stesso addusse
- sarà trattato, e non con altre. Mai
- non uscirai da questa terra, prima
- che le fanciulle tu qui non adduca
- palesemente, a me. Ché un atto indegno
- di te compiesti e dei maggiori tuoi,
- e della terra tua, quando, venuto
- a tal città che la giustizia pratica,
- e nulla compie contro legge, tu
- i suoi principi violando, piombi
- su lei, quello che a te serve rapisci,
- e te l'appropri a forza, e vuota d'uomini
- pensi che sia questa città, che sia
- forse una serva, ed io pari a nessuno.
- Pure, non ti educò Tebe a tristizia,
- ché nutrire non ama uomini ingiusti,
- né lode a te darebbe, ove sapesse
- che le mie cose e degli Dei tu predi,
- che via trascini a forza queste misere
- e le suppliche loro. Oh, non io già,
- se nella terra tua venuto fossi,
- e i diritti piú santi avessi avuto,
- senza il voler del re, chiunque ei fosse,
- alcuna cosa avrei tolta o rapita;
- ma ben saputo avrei come ad un ospite
- diportarsi convien coi cittadini.
- Invece, una città che non lo merita,
- svergogni tu, la tua. Gli anni che passano,
- vecchiardo insieme te rendono e fatuo.
- Già prima te l'ho detto, or lo ripeto:
- qui le fanciulle alcun rechi al piú presto,
- se tu di questa terra abitatore
- non vuoi restar contro tua voglia, a forza.
- Con l'animo e col labbro io ti favello.
- Corifeo:
- Vedi a che punto, o straniero, sei?
- Giusto, da tal sei nato, esser dovresti,
- e sei colto che compi opere inique.
- Creonte:
- Questa città non credo io priva d'uomini,
- figlio d'Egeo, non priva di consigli,
- come tu dici. Ma compiei quest'atto,
- perché non supponevo io che il tuo popolo
- sentisse mai tanta sollecitudine
- pei miei, da nutricarli a mal mio grado:
- credei che un uomo parricida e impuro
- non accôrrebbe, le cui nozze furono
- empie palesemente, ed empio il frutto.
- Sapea che in questa terra esiste un saggio
- Areopàgo, che non lascia vivere
- coi cittadini vagabondi simili.
- Tal fede avendo, questa preda io feci;
- né pur fatta l'avrei, s'ei non avesse
- alla mia stirpe, a me, lanciate amare
- maledizioni. Offeso, allora, offesi.
- Ché l'ira invecchia sol quando essa muore:
- i morti soli mai cruccio non provano.
- Ed ora, fa' ciò che tu vuoi: ché debole
- l'esser qui solo rende me, seppure
- favello il giusto. Ma sebbene grave
- son d'anni, a fatti tenterò resistere.
- Edipo:
- Anima spudorata, e quale pensi
- vituperar, delle vecchiaie nostre?
- La mia, forse, o la tua? Nozze, omicidi,
- miserie, dal tuo labbro a me scagliasti,
- ch'io senza mio voler pativo, o misero:
- ché tanto ai Numi piacque, irati forse
- contro la stirpe mia, dagli evi antichi.
- Ché, se tu guardi me, non troverai
- traccia di fallo alcuna, ond'io dovessi
- contro me, contro i miei tanto peccare.
- Spiegami, dunque: se un divino oracolo
- giunse a mio padre, che morir dovrebbe
- per man del figlio suo, con che giustizia
- la colpa attribuir vorresti a me,
- che né dal padre ancor, né dalla madre
- i germi accolti non avea dell'essere,
- concepito non ero? E se poi, nato
- com'io nacqui, infelice, a lotta venni
- con mio padre, e l'uccisi, in tutto ignaro
- di che scempio compiessi, e contro chi,
- a un atto involontario, apporre biasimo
- giustamente potresti? E di mia madre,
- che tua sorella, o sciagurato, fu,
- a narrare le nozze puoi costringermi
- senza vergogna? Ed io le narrerò,
- non tacerò, poiché l'empia tua bocca
- è pur tanto trascorsa. Era mia madre,
- era mia madre, ahimè, sciagura mia!
- Ma non sapevo, io, non sapevo! Madre
- m'era, e l'obbrobrio diede a me di figli!
- Ma questa cosa io so: che cosciente
- me tu diffami e tua sorella; e ignaro
- io sposa l'ebbi, e a mal mio grado or parlo.
- Ma non sarà che taccia di tristizia
- per queste nozze io m'abbia, e per la strage
- del padre mio, che sempre mi rimproveri
- con vituperio amaro. Un punto solo
- rispondi a me, di ciò ch'io ti domando:
- se, d'improvviso qui giungendo, alcuno
- volesse, o giusto, ucciderti, ricerca
- faresti, se tuo padre è chi t'assale,
- o ne trarresti subito vendetta?
- La trarresti, se pur cara hai la vita,
- senza indagar se tal vendetta è lecita.
- Spinto dai Numi, a simile iattura
- pervenni anch'io: smentir non mi potrebbe
- seppur, vivesse, di mio padre l'anima.
- Ma tu, che non sei giusto, e bello reputi,
- checché tu dica, il lecito e l'illecito,
- in cospetto a costor cosí m'oltraggi.
- Il nome di Teseo, bello è per te
- piaggiare, e Atene, e il suo governo saggio;
- ma questo, poi, fra tante lodi oblii,
- che, se una terra v'ha che d'onor sappia
- ricolmare gli Dei, questa v'eccelle.
- Quindi, per me rapir, vegliardo e supplice,
- le man' su me gittasti, e le mie figlie
- via trascinasti: ond'è che adesso invoco,
- supplico queste Dee con le mie preci,
- qui le astringo a venire, al mio soccorso,
- a combatter per me, sí che tu vegga
- da quali genti è custodita Atene.
- Creonte:
- Probo è l'ospite, o re: le sue sventure
- orride son, ma di soccorso degne.
- Teseo:
- Basta il parlare: i rapitori affrettano,
- e fermi stiamo noi, che siam gli offesi.
- Creonte:
- Debole io son: che debbo fare? Imponi.
- Teseo:
- Guidaci a quella volta; e nel tragitto
- compagno io ti sarò. Ché, se ritieni
- in questi luoghi le fanciulle, mostrale
- a qualcuno di noi; se quelli, invece
- che l'han ghermite, fuggono, per noi
- l'affannarci non giova: altri s'affrettano;
- né sfuggir, della terra oltre i confini,
- potranno ad essi, e grazie ai Numi renderne.
- Guidaci, su! Tu tieni e sei tenuto,
- cacci, e il destin te colse: riconoscilo.
- Ciò che s'acquista con l'iniqua frode,
- mal si compensa; e niuno avrai tuo complice.
- Solo, bene lo so, né senza mezzi,
- a tale eccesso qual è il tuo, d'ardire,
- tu non sei giunto: alcuno v'è, su cui
- fidavi, quando tali atti compiesti.
- E debbo io provveder: ché la città
- piú debole di un sol non debbo io rendere.
- Sei tu convinto? O le parole, inutili,
- come allorquando il mal facesti, sembrano?
- Creonte:
- Nulla, finché son qui, merita biasimo
- di ciò che dici a me. Ma quando in patria
- sarò, ciò che far debbo anch'io saprò.
- Teseo:
- Minaccia, ma cammina. E tu, tranquillo
- qui resta, Edipo; e sii pur certo, ch'io,
- se pria non muoio, non desisto, avanti
- che le figlie non rechi in tuo possesso.
- Edipo:
- Per la tua nobiltà, per l'equo provvido
- senno ver' me, Teseo, sii benedetto!
- Teseo esce con Creonte
- SECONDO CANTO INTORNO ALL'ARA
- CORO:
- Strofe prima
- Deh, fossi ove, ratti volgendosi,
- gl'inimici ben presto del bronzeo
- conflitto lo strepito
- mesceranno, o sui piani di Pito,
- o su quelli che brillan di fiaccole,
- dove le venerande Dive l'arcano rito
- celebrano per gli uomini, e agli Eumolpídi, loro
- ministri, sopra il labbro posa una chiave d'oro!
- Ben presto, credo, Tèseo
- che la battaglia guida,
- e le sorelle vergini
- incontrarsi dovran sopra quei tramiti,
- fra trionfali grida.
- Antistrofe prima
- Oppure alle spiagge di Vespero,
- alle nevi rupestri s'appressano,
- lontano dai pascoli
- d'Eea coi puledri fuggendo,
- o sui carri che a gara si lanciano?
- Vinti saranno: è il Marte di nostro suol tremendo,
- è tremendo il valore dei Tesèidi. Ogni morso
- manda lampi, le redini abbandonando al corso,
- velocemente l'impeto
- dei guerrier' si sferra
- che Atena equestre e il Dio del mare onorano
- che sommuove la terra.
- Strofe seconda
- Pugnano già? Si accingono?
- Mi dice il cuor che certo
- avrà presto l'angoscia delle due suore un termine
- che per un consanguineo tanto tanto han sofferto.
- Profeta oggi sarò d'agoni prosperi:
- compierà Zeus, compierà l'evento.
- Deh, fossi io pur colomba, ala di turbine,
- deh, mi trovassi su l'etèree nuvole,
- per volger l'occhio mio su quel cimento!
- Antistrofe seconda
- Zeus, che tutti dòmini
- gli Dei, che tutto vedi,
- ai principi di questo suol che all'agguato muovono,
- buona preda e vigore trionfal tu concedi.
- E Atena santa invoco, e Apollo cupido
- di cacce, e la sorella sua, che al corso
- le cerve insegue rapide
- variopinte, che ad Atene rechino
- e ai cittadini un duplice soccorso.
- Corifeo:
- Ramingo ospite, dir falso profeta
- tu non potrai chi per te vede. Scorgo
- le figlie tue condotte già qui presso.
- Edipo:
- Dove? Dove? Che dici? Come parli?
- Tornano Antigone ed Ismene, accompagnate dai soldati di Teseo
- Antigone:
- O padre, o padre, qual dei Numi a te
- concederà che tu quest'uomo egregio
- possa veder, che a te qui ci condusse?
- Edipo:
- Figlia mia, siete qui?
- Antigone:
- Sí! Queste mani
- di Teseo ci han salvate, e dei carissimi
- compagni suoi.
- Edipo:
- Fatevi presso al padre,
- o figlia mia, ché al seno mio vi stringa:
- ch'io non credea che piú tornaste.
- Antigone:
- Quanto
- chiedi, otterrai: brama è per noi, ciò ch'è
- per te favore.
- Edipo:
- Ove, ove siete?
- Antigone:
- Entrambe
- vicine a te.
- Edipo:
- Germogli miei dolcissimi!
- Antigone:
- A chi lo generò, caro è ogni figlio.
- Edipo:
- O miei sostegni!
- Antigone:
- Miseri d'un misero!
- Edipo:
- Quanto piú amo, ora ho con me. Morendo,
- misero in tutto non sarò, se voi
- presso mi siete. All'un mio fianco, e all'altro
- appoggiatevi, o figlie mie, stringetevi
- a chi vi generò, fate che cessi
- questo gramo solingo antico errare,
- e ciò che avvenne a me narrate, breve
- quanto potete piú: brevi parole,
- poiché giovani siete, a voi si addicono.
- Antigone:
- Ci ha salvate costui: lui devi udire:
- l'opera mia cosí presto è compiuta.
- Edipo:
- A Teseo
- Se con le figlie, contro ogni speranza
- tornate a me, s'effonde il mio discorso,
- non ti meravigliare, ospite. Io so
- che da niun altri questa gioia a me
- di rivederle è balenata: tu
- salvate le hai, nessun altri degli uomini.
- E ciò ch'io bramo, i Numi a te concedano,
- e a questa terra: ché fra tutti gli uomini
- solo fra voi trovata ho la pietà,
- e la mitezza, e il non mentire: intendo,
- e tal vi dò ricambio di parole:
- ché quello che posseggo, io lo posseggo
- per te, non già per altri. A me la destra
- porgi, o Signore, ch'io la stringa e baci,
- ed anche il capo tuo, se pur m'è lecito.
- Sebben, che dico mai? Voler potrei
- che il rampollo d'Egeo toccasse un uomo
- su cui, qual macchia d'obbrobrio non è?
- Non lo consento io, no, non lo consento!
- Partecipar tali miserie, gli uomini
- debbono sol ch'esperienza n'ebbero.
- Tu da lungi ricevi il mio saluto;
- e giusta cura nei giorni venturi,
- come sin qui l'avesti, abbi di me.
- Teseo:
- Anche se piú, per il piacer che avevi
- delle figliuole tue, si fosse effuso
- il tuo discorso, io non avrei stupito,
- né se pria delle mie volesti udire
- le lor parole, il cuore mio si cruccia.
- Non voglio illustre la mia vita rendere
- piú di parole che di fatti. Vedilo:
- di quanto, o vecchio, io t'ho giurato, nulla
- io t'ho mentito: le tue figlie, vive
- ti reco qui, d'ogni minaccia illese.
- E come vinto fu l'agone, a che
- far vani vanti? Lo saprai da queste,
- tu che vivi con loro. Invece, bada
- ad una nuova che a me giunse, mentre
- qui m'avviavo: ch'è piccola a dire,
- eppure, tal da farne meraviglia:
- né fatto v'è che un uom debba spregiare.
- Edipo:
- Figlio d'Egeo, qual è la nuova? Informami:
- che di quanto mi dici, io nulla so.
- Teseo:
- Un uomo che non è concittadino
- tuo, ma congiunto, dicono che supplice
- giunse all'altare di Nettuno, dove,
- quando io qui mossi, sacrifizi offrivo.
- Edipo:
- Di qual paese? A che giunge qui supplice?
- Teseo:
- Nulla io so, tranne un punto: ei chiede, dicono,
- teco un colloquio, non molesto, e breve.
- Edipo:
- E quale, dunque? Di brevi colloqui
- non è questa la sede.
- Teseo:
- Ei chiede, dicono,
- d'aver teco un colloquio; e per la via
- onde qui giunse, partir poi sicuro.
- Edipo:
- Chi sarà mai costui che giace supplice?
- Teseo:
- Vedi se in Argo alcun parente avete
- che tal bisogno aver possa di te.
- Edipo:
- Oltre non dire: taci, o mio carissimo!
- Teseo:
- Che t'avviene?
- Edipo:
- Non chiedere.
- Teseo:
- Che cosa?
- Parla.
- Edipo:
- Ho capito, udendoti, chi sia
- quel supplice.
- Teseo:
- Chi mai costui sarà,
- che biasimare anch'io dovrei?
- Edipo:
- Mio figlio,
- quell'odioso, o re: né v'è mortale
- che con piú grave cruccio udir potessi.
- Teseo:
- E come? Udir non puoi, forse, e non fare
- ciò che non vuoi? Che cruccio t'è l'udire?
- Edipo:
- Nimicissima al padre suona, o re,
- quella sua voce. A ceder non costringermi.
- Teseo:
- Ti astringe il gesto suo. Vedi se provvido
- non sia per te rispetto avere al Nume.
- Antigone:
- O padre, il mio consiglio odi, se pure
- giovine io sono. Fa' tu che quest'uomo
- di ciò ch'ei brama compiacere possa
- se stesso e il Nume, e che il fratello nostro
- venga, concedi a noi. Fa' cuore: a forza
- dal tuo volere ei non potrà rimuoverti,
- se ciò che a te non giova ei ti dirà.
- Udir parole, è danno? Anzi, i disegni
- tristi, dalle parole a luce vengono.
- Tu gli sei padre: onde, se pure tristi
- fra quanti son piú tristi atti ei compiesse,
- contro di te, per te non è giustizia
- dargli infesto ricambio. Anche altri padri
- han tristi figli, e umore acerbo; eppure,
- dai blandimenti degli amici indotti,
- placan l'indole loro. E tu, le pene
- volgiti a riguardar, che per tuo padre,
- per tua madre soffristi, e non a queste
- che soffri adesso: ché se a quelle badi,
- vedrai, lo so, come la trista collera
- riesce a tristo fine. Ed argomenti
- non futili n'hai tu, degli occhi tuoi
- privo, che piú non vedono. A noi cedi:
- bello non è che chi dimanda il giusto
- debba chieder blandendo, e che non sappia
- chi grazie ricevé, grazie anche rendere.
- Edipo:
- Un favor che mi pesa, o figlia mia,
- vinto avete da me, col vostro dire.
- A Teseo
- Però, quando ei qui giunga, ospite, niuno
- sia, che del mio volere abbia l'arbitrio.
- Teseo:
- Una volta, non due, tal prece, o vecchio,
- udire vo'. Né cerco vanti. Sappilo:
- salvo tu sei, finché me salva un Nume.
- Parte
- TERZO CANTO INTORNO ALL'ARA
- CORO:
- Strofe
- Chi lunga vita desidera, e il limite
- giusto degli anni sdegna,
- stolidità nell'anima,
- chiaro è per me, gli regna.
- Ché molti eventi i lunghi giorni arrecano piú prossimi ai dolori,
- né riesce a trovare chi troppo il segno necessario varca
- dove il piacer dimori.
- Quella però che tutti soccorre, a tutti uguale assegna il termine,
- quando ascende la Parca
- dall'Averno, senza imèni, senza lira, senza danza,
- è la Morte, che il giorno ultimo avanza.
- Antistrofe
- Non nascere è per l'uom ventura massima;
- e poi, venuto al giorno,
- colà d'onde ebbe origine,
- subito far ritorno.
- Ché quando Gioventú sparve, recando le sue lievi follie,
- quale su noi travaglio non preme, quale mai colpo si schiva?
- Discordie, gelosie,
- risse, battaglie, stragi; e infine, retaggio ultimo esecrabile,
- è la vecchiaia, priva
- di vigore, di piacevoli conversari, d'amicizia,
- che in sé d'ogni tristizia ha la tristizia.
- Epodo
- Ora in essa irretito è questo misero,
- non io sol. Come spiaggia volta a Borea,
- nella stagion d'Inverno,
- è d'ogni parte percossa dai flutti,
- cosí dall'alto irrompono
- su lui, quali marosi, orridi lutti,
- suoi compagni in eterno,
- questi dai luoghi dove il sol precipita,
- quelli donde si leva,
- altri donde rifulge a mezzo il giorno,
- altri dai Rifei vertici,
- dove l'ombra ha soggiorno.
- Si avanza Polinice
- Antigone:
- Lo straniero, a quanto sembra, è questi,
- che a noi giunge soletto; e mentre avanza,
- pianto versa dagli occhi, e non a stille.
- Edipo:
- Chi è costui?
- Antigone:
- Colui che pensavamo
- per congettura: Polinice è questi.
- Polinice:
- Si rivolge alle sorelle
- Ahimè!, che devo fare? I miei malanni
- piangerò prima, o giovinette, o quelli,
- che scorgo adesso, del mio vecchio padre,
- che qui con voi trovo gittato, e indossa
- questa veste, la cui lordura antica
- squalliaa, è casigliana al corpo affranto,
- e gli macera il fianco; e sopra il capo
- orbo di luci, s'agita la chioma
- che non conosce pettine; ed affini
- a tai miserie, gli alimenti, certo,
- del suo misero corpo; e troppo tardi,
- tristo fra i tristi, io me n'accorgo. Il pessimo,
- poi che a te non provvidi, io son degli uomini;
- non dimandarlo ad altri: io lo confesso.
- Eppur, di Zeus presso al trono, siede
- per ogni errore la clemenza: segga
- anche vicina a te. Purgar si possono
- i falli miei; ma non potranno crescere.
- Edipo rimane muto, e distoglie il viso
- Taci? Perché?
- Padre, un accento sol: da me non torcere
- il viso tuo. Nulla rispondi? Muto
- mi lascerai partire, e senza onore,
- senza dirmi il perché dell'ira tua?
- O di quest'uomo germi, o mie sorelle,
- tentate voi, di schiudere del padre
- le taciturne labbra inaccessibili,
- ché senza onore me, d'un Nume supplice,
- ei non rimandi, e senza una parola.
- Antigone:
- Tu stesso di' per che ragione, o misero,
- qui sei venuto; ché i discorsi lunghi,
- sia che allegrino, offendano, o commuovano,
- anche chi tace a favellare inducono.
- Polinice:
- Te lo dirò: ché tu ben m'ammonisci.
- E, prima, il Nume invòco: a lui dinanzi
- m'ero prostrato, e il re di questa terra
- sorger mi fece e qui venire, lecito
- mi fe' parlare, udir, salvo partirmi.
- Da voi tale certezza, ospiti, invoco,
- per me, dal padre, dalle mie sorelle.
- E perché venni, o padre, or ti dirò.
- Bandito dalla patria, esule vado.
- Ch'io, primo nato, reputai diritto
- mio sedere sul tuo trono sovrano;
- e quei che dopo me nasceva, Eteocle,
- mi scacciò dalla patria; e non perché
- con argomenti mi vincesse, o a prova
- d'atti o di man; ma la città corruppe.
- Causa prima ne fu, penso, la tua
- maledizione; ed anche da profeti
- cosí detto mi fu. Poi, dunque, ad Argo
- dorica venni. Adrasto ebbi per suocero,
- e congiurati a me qui feci quanti
- primi son detti, e maggior fama godono
- d'armi, nell'apio suol, perché, raccolta
- la settemplice schiera, insiem con essi
- contro Tebe movessi, e qui cadessi
- pel mio diritto, o i rei di quel sopruso
- dalla terra scacciassi. Ora, a che giungo?
- Giungo per me, per gli alleati miei,
- che con sette ordinanze e sette lancie
- di Tebe il piano tutto quanto or cingono.
- Tali il possente Anfiarào, che sommo
- è nella lancia, e negli augúri è sommo.
- Viene secondo l'etolo Tideo,
- figlio d'Eneo. L'argivo Eteoclo terzo.
- Ippomedonte quarto: l'inviò
- Talào suo padre. Il quinto è Capanèo:
- Tebe si vanta che al fuoco darà,
- che la sterminerà. Sesto si lancia
- Partenopèo d'Arcadia. Ebbe tal nome
- perché lo generò dopo la lunga
- prisca verginità sua madre: è fido
- d'Atalanta rampollo. Ed io, che sono
- tuo figlio e non tuo figlio - ché me certo
- la Mala Sorte generò, ma pure
- detto son tuo - le schiere d'Argo intrepide
- contro Tebe conduco. Or, tutti noi,
- per le tue figlie ti preghiamo, o padre,
- per la tua vita t'invochiam, ché l'ira
- tua grave plachi tu verso quest'uomo
- che del fratello a vendicarsi muove
- che dalla patria mi scacciò, m'escluse.
- Poiché, se fede alcuna è negli oracoli,
- chi te compagno avrà, vittoria avrà.
- Per le fonti or ti prego, e per i Numi
- di nostra gente, che m'ascolti, e ceda:
- ché sono esule anch'io, mendico sono,
- ed esule sei tu: blandendo altrui
- trovammo entrambi un tetto: ugual destino
- avemmo in sorte; e nella casa nostra,
- misero me, quegli è padrone, entrambi
- c'irride, e superbisce. Or, tutto ciò,
- se tu secondi il mio disegno, in breve,
- e con piccolo sforzo io sperderò,
- e nella casa tua ti condurrò,
- t'insedierò, me stesso insedierò,
- a forza l'altro scaccerò. M'è lecito
- questo vanto, se a me tu sei concorde;
- ma senza te, neppur salvarmi io posso.
- Corifeo:
- Riguardo avendo all'uom che l'inviò,
- ciò che devi rispondi, e poi rimandalo.
- Edipo:
- Ai coreuti
- Se qui mandato non lo avesse, amici,
- Teseo signor di questa terra, degno
- d'udir le mie parole reputandolo,
- la voce mia pur non udiva. Adesso
- egli avrà questo onore, e partirà
- quando parole udite avrà da me
- che la sua vita non faranno lieta.
- A Polinice
- Ché quando tu lo scettro avevi e il trono
- che adesso il tuo fratello in Tebe usurpa,
- scacciasti il padre tuo, tristo fra i tristi,
- mi dannasti all'esilio, e a questi cenci
- che miri e lagrimi or, che in un travaglio
- di mali pari al mio tu pur sei giunto.
- Né piangere io li vo', bensí patirli
- sin ch'io tragga la vita, ricordandomi,
- assassino, di te: ché a quest'angoscia
- tu m'hai ridotto, tu sospinto m'hai,
- e vagabondo, tua mercè, dagli altri
- la vita mia giorno per giorno mèndico.
- E se queste mie figlie, ch'or mi nutrono,
- io generate non avessi, vivo
- piú non sarei, per tuo riguardo: queste
- nutrici mie, non già donne, ma uomini,
- quanto al patir con me. Ma voi, d'un altro
- siete figli, non miei. Per questo, il Demone
- tiene gli occhi su te - non tanto, ancora,
- come fra poco, se le vostre schiere
- assaliranno la città di Tebe.
- Ma non sarà che tu la rocca abbatta,
- anzi, prima cadrai brutto di sangue,
- e tuo fratello anch'esso. Un tempo già
- queste Imprecazioni io contro voi
- chiamai, come or le chiamo, ché combattano
- con me, sí che apprendiate a rispettare
- chi vi die' vita, e non crediate piccola
- colpa, d'un padre cieco esser tai figli.
- Bene altrimenti opraron queste. E dunque,
- il tuo supplice seggio, il trono tuo
- occuperanno le Imprecazioni,
- se pur Giustizia accanto a Zeus siede,
- grazie alle antiche leggi. Alla malora
- vattene, e senza padre: io su te sputo,
- tristissimo fra i tristi: abbiti queste
- maledizioni ch'io ti scaglio, che
- né tu la terra di tua gente prendere
- possa con l'armi, né tornare ad Argo,
- ma di fraterna man morire, e uccidere
- chi ti scacciò. Cosí t'impreco. E invoco
- dal Tartaro il paterno, orrido Buio,
- ch'altra stanza ti dia: queste Demonie
- invoco, invoco Marte, che gittò
- fra voi l'odio tremendo. - Ora che udisti,
- vattene; ed ai Cadmei tutti l'annuncio
- reca, ed a tutti i tuoi fidi alleati,
- che ai figli Edipo tai doni comparte.
- Corifeo:
- Compiacer non mi posso, o Polinice,
- del tuo viaggio. Ora, al piú presto, parti.
- Polinice:
- Ahimè, tristo viaggio, ahimè, sciagura,
- ahimè, compagni d'arme! A quale, dunque,
- termine di viaggio Argo lasciai,
- tale che a niuno riferirlo posso
- degli alleati miei, né ricondurli,
- ma tacito affrontar questa mia sorte.
- O di quest'uomo consanguinee figlie,
- almeno voi, che di tal padre udiste
- le imprecazioni dure, ah, ve ne supplico
- pei Numi!, almeno voi, se mai si compia
- quanto il padre imprecava, e voi ritorno
- alla casa facciate, oh!, non lasciatemi
- privo d'onore, datemi sepolcro,
- celebrate l'esequie; e quella lode
- che da quest'uomo per le vostre cure
- avete, un'altra non minor, per quelle
- che presterete a me, vi frutterà.
- Antigone:
- Un mio consiglio, o Polinice, ascolta.
- Polinice:
- E quale? Parla, o mia diletta Antigone.
- Antigone:
- Ad Argo, quanto prima puoi, l'esercito
- volgi: non funestar te stesso e Tebe.
- Polinice:
- Possibile non è. Quand'or fuggissi,
- come potrei di nuovo ricondurvelo?
- Antigone:
- A che nuove ire, o fratel mio? Se tu
- la patria struggi, qual vantaggio avrai?
- Polinice:
- Turpe è fuggire, e ch'io, d'anni maggiore,
- cosí dal fratel mio rimanga irriso.
- Antigone:
- Vedi? Del padre i vaticini affretti,
- che ad entrambi imprecò morte reciproca.
- Polinice:
- E la brama; però non posso cedere.
- Antigone:
- Me tapina! E chi dunque, udendo quanto
- costui predisse, avrà cuor di seguirti?
- Polinice:
- Non ridirò simili inezie: il meglio,
- non il peggio, annunciar deve il buon duce.
- Antigone:
- Cosí, fratello mio, dunque hai deciso?
- Polinice:
- Né trattenermi, tu. Tornare io debbo,
- sebben per via tristezza e malo augurio
- compagni avrò, mercè di questo padre
- e dell'Erinni sue. Conceda Giove
- a voi fortuna, se gli estremi uffici
- mi renderete: ché a me vivo renderne
- piú non potrete. Orsú, ch'io vado. E addio:
- ché me tra i vivi non vedrete piú.
- Antigone:
- O derelitta me!
- Polinice:
- No, non mi piangere.
- Antigone:
- Chi potrebbe non piangere, vedendoti
- correr, fratello, a manifesta morte?
- Polinice:
- Se d'uopo è, morirò.
- Antigone:
- No dammi ascolto.
- Polinice:
- Non in ciò ch'io non debbo.
- Antigone:
- Oh me tapina,
- se di te sarò priva!
- Polinice:
- È in mano al dèmone,
- se da un lato o da un altro abbiano a volgere
- gli eventi; ma per voi supplico i Numi
- che mai d'affanni non abbiate incontri.
- Non meritate affanni: ognuno il sa.
- Polinice parte
- CORO:
- Strofe
- Nuove fatali sciagure orribili,
- novellamente, per causa accadono del cieco vecchio,
- se dal Destino pur non provengono:
- perché decreto non so che vano resti dei Superi.
- Vigila, vigila su loro il tempo, che gli uni stermina,
- oggi, e domani suscita gli altri con forze nuove.
- Si ode un alto scoppio di tuono
- Romba l'ètere, o Giove!
- Edipo:
- O figlie, o figlie, se qui presso è alcuno,
- potrebbe a noi chiamar l'ottimo Teseo?
- Antigone:
- Per qual disegno tu lo chiami, o padre?
- Edipo:
- Questa di Zeus alata romba, all'Ade
- presto mi condurrà. Su' su', mandate!
- CORO:
- Antistrofe
- Ascolta! Fiero, fiero precipita
- questo indicibile fragor, dal cielo scagliato. Al vertice
- delle mie chiome terror s'insinua.
- Nuovo tuono
- Sgomenta ho l'anima, ché in cielo ancora brucia la folgore!
- Il fine quale sarà? M'invade terrore: ch'írrita
- e senza nostra sciagura, l'ètere non mai sommuove.
- O immenso Etere, o Giove!
- Edipo:
- O figlie, è giunto per quest'uomo il termine
- della vita, fatale, inevitabile.
- Antigone:
- Come lo sai? Donde argomenti, o padre?
- Edipo:
- Certo lo so. Via, quanto prima, vada
- qualcuno, e il re di questa terra adduca.
- Nuovo scoppio di tuono
- CORO:
- Strofe
- Ahi, ahi! La romba ci avvolge ancora che tutto pènetra!
- Benigno, o Nume, benigno mostrati,
- se foschi eventi rechi alla patria!
- Propizio io t'abbia, né, perché vidi l'uomo esecrabile
- m'abbia di mali mercede! Zeus sire, ti supplico!
- Edipo:
- Dunque, vicino è il re? Mi troverà
- vivo, o figliuole, e sano ancor di mente?
- Antigone:
- Quale segreto a lui devi affidare?
- Edipo:
- Vo' dar dei benefici a lui la piena
- grazia, che quando lo pregai promisi.
- CORO:
- Rivolgendosi ad invocare Teseo
- Antistrofe
- O figlio, o figlio, qui, della valle se pure al margine
- offri a Posídone Nume del pelago
- su l'ara un bove, presso noi lànciati.
- Pel ben ch'egli ebbe, la città brama, te brama l'ospite
- gratificare, gli amici. Lànciati, signore, affréttati.
- Giunge Teseo
- Teseo:
- Perché mai suona questo grido unanime,
- che vostro è certo, e certo anche dell'ospite?
- Forse dal cielo irruppe qualche fulmine,
- qualche scroscio di grandine? Se suscita
- tanta bufera il Dio, tutto è possibile.
- Edipo:
- A chi ti brama appari, o re: la prospera
- sorte di questa via ti diede un Nume.
- Teseo:
- Che nuovo evento c'è, figlio di Laio?
- Edipo:
- Trabocca il viver mio; né vo', morendo,
- frodar di mia promessa Atene e te.
- Teseo:
- Per quale indizio alla tua fine credi?
- Edipo:
- Gli stessi Numi, araldi che non mentono
- di nulla, in ciò ch'è scritto, a me l'annunciano.
- Teseo:
- E come dici, o vecchio, che ciò svelano?
- Edipo:
- I continui tuoni, e i fitti dardi
- che dall'invitta mano folgoreggiano.
- Teseo:
- Ti credo: vaticini, assai t'ho visto
- far, né mendaci. Di' che far conviene.
- Edipo:
- Ti svelerò, figlio d'Egeo, tal bene,
- che per questa città mai non invecchi.
- Subito il luogo io mostrerò, né guida
- vo' che mi tocchi, ove io debbo morire.
- Ma tu, non dire a niuno mai degli uomini
- dove si trova, in che contrada è ascoso:
- ché schermo a te sarà contro i nemici
- piú d'assai scudi e di lance alleate.
- Ciò che, poi, mentovare anche è sacrilego,
- quando lí sarai giunto, udrai tu solo:
- ché a niun di questi cittadini io dirlo
- potrei, non alle figlie, e tanto l'amo.
- E sempre tu serba il segreto, e svelalo,
- quando giunga il tuo fine, al primogenito,
- e questi al successor, sempre. Cosí
- questa città, senza timor degli uomini
- seminati da Cadmo abiterai:
- ché il piú delle città, quando anche saggio
- il reggitor ne sia, rompono spesso
- a tracotanza. Ma gli Dei, pur tardo,
- bene veggon però, chi le divine
- leggi disprezza, ed a follía s'appiglia.
- Tu questo non farai, figlio d'Egeo.
- Ma io precetti insegno a chi li sa.
- Ma del Nume il segnale ora m'incalza:
- si vada al luogo, non s'indugi piú.
- Qui seguitemi, o figlie: io vostra nuova
- guida sarò, come voi foste al padre.
- Venite. Non toccatemi. Lasciate
- ch'io da me trovi la mia tomba sacra,
- dov'è destin che me la terra asconda.
- Qui, movete per qui: ché qui mi guidano
- il nume Ermete e la Regina inferna.
- O luce, che per me piú non brillavi,
- eppure, mia potei sinora dirti,
- or per l'ultima volta il corpo mio
- ti sfiora; ch'io di mia vita l'estremo
- repo, a nasconder sotto l'Ade. E tu,
- degli ospiti il piú caro, e questa terra
- e i tuoi ministri, siate ognor felici;
- ed il pensiero, poi ch'io sarò spento,
- nella vostra ventura a me volgete.
- Parte con Teseo
- QUARTO CANTO INTORNO ALL'ARA
- CORO:
- Strofe
- Se lecito è per me che la Diva invisibile
- e te coi voti supplici
- onori, o Re degl'Inferi,
- Edonèo, Edonèo, deh, senza spasimi,
- senza, ti prego, funereo travaglio,
- scendere possa l'ospite
- ai campi che gli estinti tutti ascondono,
- nella dimora stigia.
- Possa, deh, possa, in cambio
- delle sciagure molte onde fu onusto,
- un Demone esaltarlo; e sarà giusto.
- Antistrofe
- O sotterranee Dive, e tu, mole invincibile
- del can, che, su le soglie
- che niuno mai respingono
- giace, ed il ringhio suo leva dai bàratri
- d'Averno, ov'è custode inesorabile,
- com'è fama perpetua!
- Cerchi altro luogo, te ne prego, o figlia
- della Terra e del Tartaro,
- tal fiera, mentre l'ospite
- dei defunti si volge al lido inferno.
- Te invoco, o Diva dal sopore eterno.
- Giunge correndo un Araldo
- Araldo:
- O cittadini, vi dirò, parlando
- breve quanto piú posso: Edipo è morto.
- Ma ciò che avvenne dir, breve parola
- non può, né brevi quegli eventi furono.
- Corifeo:
- È morto dunque il misero?
- Araldo:
- Lasciata,
- sappilo, ha la sua vita grama.
- Corifeo:
- E come?
- Per divino voler? Senza tormento?
- Araldo:
- Anche di ciò meravigliar dovrai.
- Com'ei di qui partí tu pur lo sai,
- ch'eri presente, senza alcun dei cari
- che lo guidasse, anzi ei guidava tutti.
- E giunto ove la via piomba, e si radica
- coi gradini di bronzo entro la terra,
- in uno si fermò dei molti tramiti
- schiusi al cratère intorno, ove di Tèseo
- sono gli eterni patti e di Pirítoo.
- Tra questo, dunque, e la coricia pietra,
- e il cavo pruno ed il marmoreo tumulo,
- sedé; quindi spogliò le vesti squallide,
- e le figliuole a sé chiamò, lavacri
- d'acque correnti impose che recassero,
- d'onde che fosse, e libagioni. E quelle
- mossero entrambe all'imminente clivo
- di Demètra fiorente; e in breve l'ordine
- del padre ebber compiuto; e, com'è l'uso,
- lui molciron di vesti e di lavacri.
- E quando tutto ebber compiuto, e paga
- ogni sua brama fu, qual'ei l'espresse,
- ruppero in pianto; e piú non desistevano
- dal percotersi il petto, e dai lunghi ululi.
- Ei che subito udí le amare voci,
- su lor cinse le braccia, e disse: «O figlie,
- da questo dí piú non avete il padre.
- Per me, tutto è finito; e di nutrirmi
- piú non avrete la molesta cura:
- aspra, o figlie, lo so; ma questa sola
- parola scioglie ogni fatica: amore:
- ché da nessuno mai ne avrete piú
- che da quest'uomo, onde or prive, dovrete
- quanto di vita resta a voi, trascorrere».
- Tutti cosí piangevan, singhiozzavano,
- l'uno su l'altro abbandonati; e quando
- giunsero al fine i gemiti, né piú
- grido sorgeva, tutto fu silenzio.
- E la voce d'alcuno, all'improvviso,
- alto Edipo chiamò: sí che s'intesero
- tutti, per il terrore, irte le chiome:
- «Edipo, Edipo, olà, che indugi il transito?
- Per te da un pezzo si ritarda». Ed egli,
- come del Nume udí l'appello, Tèseo
- chiese, d'Atene il re, che a lui venisse.
- E come giunto fu, gli disse: «O caro,
- della tua man l'antica fede porgi
- alle mie figlie; e voi, fanciulle, a lui.
- E prometti che mai, per ciò che possa,
- tu le abbandonerai, ma quanto ad esse
- possa giovare, compierai benevolo».
- Ed ei, nobil qual è, senza esitare,
- tutto compier promise, e lo giurò.
- E come ebbe giurato, Edipo subito
- cercò le figlie, con le cieche palme,
- e: «Figlie - disse - il vostro cuore sia
- ben saldo a questa prova. Allontanatevi
- quanto prima potete: il re Teseo
- resti solo a veder quanto avverrà».
- Tutti cosí parlar l'udimmo; e lungi
- con le fanciulle, a lacrime dirotte
- piangendo, ci avviammo. E, già lontani
- essendo - e poco tempo era trascorso -
- ci volgemmo a guardare. E non vedemmo
- l'ospite piú, che in alcun luogo fosse,
- ma il nostro sire, che, degli occhi a schermo
- tenea la mano a sommo il viso, come
- gli fosse apparso alcun prodigio orribile,
- da non poterne sostener la vista.
- Né molto corse, e lo vediamo presto
- che si prostra, e la Terra in un medesimo
- voto, e l'Olimpo dei Celesti invoca.
- Qual poi d'Edipo fu la fine, niuno
- non lo potrebbe dir, tranne Teseo:
- ché non l'uccise la rovente folgore
- del Nume, e non procella, che dal pelago
- si scatenasse allor: fu qualche Araldo
- dei Numi; oppur la sotterranea chiostra
- si spalancò per lui senza tormento:
- ché, non fra morbi o fra dogliosi gemiti
- si spense, anzi quant'altro mai mirabile.
- E se da folle alcun crede ch'io parli,
- di chi folle mi stima io non mi curo.
- Corifeo:
- E le fanciulle dove sono, e quanti
- eran con essi?
- Araldo:
- Non lontano: un sònito
- chiaro di lagni annuncia che s'appressano.
- LAMENTAZIONE
- Antigone:
- Strofe prima
- Ahimè, d'ogni parte colpite,
- tapine, plorar ci conviene
- del padre l'ingenito sangue esecrabile.
- Per lui, molte pene,
- abbiamo, quand'egli viveva, patite;
- e infine, vedemmo, soffrimmo vicende
- cui mente mortal non comprende.
- CORO:
- Che avvenne?
- Antigone:
- Argomentarlo, amici, è facile.
- CORO:
- È spento?
- Antigone:
- E in guisa tal, quale a te stesso
- augurarlo potresti. E come no?
- Lui non rapirono guerra né pelago,
- ma l'invisibile plaga l'inghiotte,
- come un arcano fato lo spinge.
- Ahi, me tapina! Sopra le palpebre
- nostre discese funerea notte.
- Or come, in quale plaga romita,
- su quali gonfi marini vortici,
- sostenteremo la grama vita?
- Ismene:
- Non so. L'Ade sanguineo m'uccida, e sia col vecchio
- mio padre in morte unita:
- ché la vita che, misere, ci attende, non è vita.
- Corifeo:
- Conviene, ottime figlie, ciò che mandano i Superi
- patir con alma forte.
- Struggervi, a che? Spregevole non fu la vostra sorte.
- Antigone:
- Antistrofe prima
- V'ha dunque una brama di pianto?
- Ché quanto a nessuno è diletto,
- diletto pur m'era, quand'io, padre, stringerti
- potevo al mio petto,
- o caro, che adesso di tenebre un manto
- ricopre sotterra. Scordato non mai
- da me né da questa sarai.
- Corifeo:
- Che compie'?
- Antigone:
- Tutto ciò ch'ei desiava.
- Corifeo:
- Che cosa mai?
- Antigone:
- Morí su terra estranea,
- come bramava: sul suo giaciglio
- s'addensa eterna l'oscurità.
- E non gli mancano compianti e gemiti:
- questo mio ciglio gonfio di lagrime,
- o padre, sempre ti piangerà.
- Né so, tapina me, come i tristi
- crucci bandire potrò dall'anima,
- che tu soletto cosí moristi.
- Ismene:
- . . .
- Qual destino, o diletta,
- cosí del padre orbate, misere noi, ci aspetta?
- Corifeo:
- Poiché felicemente giunse di vita al termine,
- o care, cessi il lutto:
- nessuno mai degli uomini le ambasce evita in tutto.
- Antigone:
- Strofe seconda
- Laggiú torniamo, cara.
- Ismene:
- A quale opera?
- Antigone:
- Provo una brama...
- Ismene:
- Quale?
- Antigone:
- Le làtebre
- vedere dove trovò ricovero...
- Ismene:
- Chi dunque?
- Antigone:
- Il padre nostro, me misera!
- Ismene:
- Come? Sai bene che non è lecito.
- Vedi...
- Antigone:
- A che muovermi tale rimprovero?
- Ismene:
- E questo pensa...
- Antigone:
- Qual nuovo dubbio?
- Ismene:
- Lungi da tutti, insepolto morí.
- Antigone:
- Lí mi conduci, trafiggimi lí.
- . . .
- Ismene:
- Ahimè, misera, ahimè,
- come sarà ch'io viva,
- se ancor senza sostegno rimango, e di te priva?
- Corifeo:
- Antistrofe seconda
- Care, fate animo.
- Antigone:
- Dove un rifugio
- trovare?
- Corifeo:
- Avanti già foste libere...
- Antigone:
- Da che?
- Corifeo:
- Da un'altra grave iattura.
- Antigone:
- Intendo.
- Corifeo:
- E adesso, che cosa mediti?
- Antigone:
- Come tornare potremo in patria,
- non so.
- Corifeo:
- Di questo non darti cura.
- Antigone:
- Pene ci angustiano.
- Corifeo:
- Già vi angustiavano.
- Antigone:
- Impervie quelle, piú gravi son queste.
- Corifeo:
- Di mali un mare, lo scorgo, v'investe.
- Antigone:
- Sí, certo, certo!
- Corifeo:
- Lo vedo anch'io.
- Antigone:
- Dove fuggire? Ahimè!,
- ahimè, Giove, che speme
- mi serba il Demone ch'ora mi preme?
- Verso la fine della lamentazione, giunge Teseo
- Teseo:
- Dai pianti ristate, o fanciulle;
- ché dove la grazia degl'Inferi
- abbonda, sconviene il cordoglio:
- sarebbe empietà.
- Antigone:
- Ci chiniamo
- a te innanzi, o figliuolo d'Egeo.
- Teseo:
- Qual richiesta, o fanciulle, per volgermi?
- Antigone:
- Coi nostri occhi la tomba del padre
- vogliamo veder.
- Teseo:
- Non è lecito.
- Antigone:
- Re d'Atene, signore, che dici?
- Teseo:
- Egli stesso, o figliuole, divieto
- mi fece che alcun dei mortali
- s'accostasse a quei luoghi, o parola
- volgesse al suo sacro sepolcro.
- Di questo se avessi ben cura,
- incolume sempre sarebbe
- la terra, mi disse. E ci udirono
- il Demone nostro, ed il Giuro
- di Giove, che ascolta ogni cosa.
- Antigone:
- Ebbene, se questo a lui piace,
- anche a noi piace. A Tebe vetusta
- tu mandaci adesso, se forse
- la strage evitare potessimo
- dei nostri germani.
- Teseo:
- Lo farò: tutto quanto farò
- che possa giovarvi, e gradito
- riesca al sepolto, che or ora
- partí: non mi debbo stancare.
- CORO:
- Su via, desistete, il compianto
- piú a lungo non suoni.
- Quanto avvenne, lo volle il Destino.


